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 Oggetto del messaggio: Prima che sia sera - Atto 1°
MessaggioInviato: ven giu 04, 2010 4:0pm 
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Iscritto il: lun feb 04, 2008 3:0pm
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Località: Terrazza del Picio...seconda panchina a sinistra
Prima che sia sera...
Commedia in tre atti, un quadro e cinque centesimi di resto.


PERSONAGGI:

Giuseppe Landofi – padre di
Sergio Landolfi – fratello di
Carmine Landolfi
Malatesta – scrittore
Maestro Pica
Carola Follini – fidanzata di Carmine
Cecilia Baracchini – Attrice e politico
Francesco – domestico


ATTO I°

Cucina di una grande casa di campagna nell’anno 1946
Dalla porta di fondo, aperta, si scorgono gli ultimi bagliori del tramonto.
A sinistra, verso il fondo, un camino acceso e una grande stufa a legna su cui ci sono delle pentole.
Nel mezzo della scena un tavolo apparecchiato con alcune sedie.
Sulla destra alcuni mobili.
Appeso ad una parete un ritratto di una donna.


SCENA PRIMA
(La scena si apre nella cucina, vuota, della casa di campagna della famiglia Landolfi. Dalla porta, rimasta aperta, si ode il canto decisamente stonato di alcuni uomini che a quell’ora fanno ritorno dal lavoro nei campi.)


"C'eravamo tanto amati
per un anno o forse più..."

(Appena cessato il canto, fuori si odono alcune voci).

VOCI – Buona sera Carmine... Buon appetito!
CARMINE – (di fuori) Grazie ragazzi e buona sera... non vi fermate all’osteria che domattina vi voglio tutti qui alle cinque (entra, e appena sulla porta, si volta di nuovo) Senti Gianni, ho bisogno di parlarti, vediamoci più tardi se puoi, un buon bicchiere insieme non ci farà male...
VOCI – D'accordo ci vediamo in piazza... In piazza va bene?
CARMINE – Perfetto... a più tardi!
VOCI – Buona sera, Carola! E di al tuo ragazzo di portarti presto a casa, altrimenti tuo padre gli fa barba e capelli… ah, ah, ah…
CARMINE – (entra, posa in un angolo gli arnesi da lavoro, getta la giacca su di una panca: è un giovanotto rude e forte, seguito da Carola Follini, sua promessa sposa) Toh, la pentola bolle, e qui non c'è nessuno; bella maniera di lasciar la casa con la porta spalancata perché tutti possano entrare se ne hanno voglia! (chiamando)
Babbo, babbo!... dove diavolo se ne sarà andato? E sì che a quest'ora c'è sempre... E poi c'è la pentola sul fuoco, vuol dire che ce l'ha messa lui. (si affaccia alla porta e chiama) Babbo, babbo!... Non sarà certo stato il poeta a metterla sul fuoco!
CAROLA – Cos’hai da dire a Gianni?
CARMINE – Ho da parlargli della possibilità che il sindaco faccia chiudere la strada per il fosso… sai, con quelli c’è poco da stare allegri… non sono migliori di chi c’era prima… Babbo dove accidenti ti sei cacciato! (riprese ad urlare)
CAROLA – Smettila di urlare, e vai a vedere se è nel fienile… In cucina me la vedo io
CARMINE – Oh, ma sarà ancora per poco! Quando verrai a vivere in questa casa…
CAROLA – … Sarà sempre troppo tardi (disse lei in tono sarcastico)
CAROLA – …quando saremo sposati sarà come se ci fosse di nuovo in casa la mamma... (attizza il fuoco e si avvia per uscire) Vedi di mettere in tavola… ho una fame, e che fame!


SCENA SECONDA
Giuseppe e Carmine


GIUSEPPE – (entra dalla porta di fondo; bella figura, di vecchio campagnolo bruciato dal sole, senza giacca, con le maniche rimboccate) Oh ragazzi, siete già qui?
CARMINE – Già!
GIUSEPPE – E... tuo fratello non s'è ancora visto?
CARMINE – (Con tono di voce irritata) Chi, il signorino?... Ma non l'hai ancora capito che oltre alla voglia di non far nulla, quello li non ha più neanche voglia di mangiare con noi?... Possibile che tu non abbia ancora capito che a lui piace vivere alle tue e alle mie spalle?... Al signorino non piace sudare... gli si sporca il colletto
GIUSEPPE – (calmo) Non essere cattivo, bisogna avere pazienza con lui. Sai bene che la sua salute non gli permette di affaticasi...è delicato
CARMINE – (ironico) Ormai lo sa tutto il paese che è delicato... ha le mani bianche...e la terra invece le sporca... le annerisce... Per lavorare nei campi bisogna lasciare i vestiti eleganti e le camicie stirate con il colletto... Cosa credi? L'abbiamo capito in molti che a lui piace fare il poeta... tranne te… e continuerà a farlo fin tanto che in casa ci saranno dei minchioni che continueranno a dargli soldi e vestiti... E' un bel mestiere comodo, fare il delicato… anzi è comodissimo...
GIUSEPPE – Ma no... cosa dici? Certe cose dovresti capirle anche tu... in fondo non puoi voler male a tuo fratello... Ma pensa se lui si facesse un nome, un gran nome, come dice il maestro. Credi che non sarebbe meglio che mettergli la zappa in mano? Il maestro dice che tuo fratello è un ragazzo intelligente.
CARMINE – Cristo santo! E chi lo nega... anzi, è sicuramente più intelligente di me e di te... Lui è furbo caro babbo
GIUSEPPE – Figliolo non parlare con quel tono di tuo fratello
CARMINE – Ah no? E come dovrei parlare di uno che riesce a mangiare, bere e dormire senza far nulla… Che è un minchione?... I minchioni siamo noi, altro che!
GIUSEPPE – Ma va là, Carmine!... (sorridendo) Minchioni, ecco, non è il caso di adoperare parole grosse… non lo siamo davvero!... Carola, fa il favore, guarda se la minestra è pronta! Ho fame, sai.
CARMINE – Anche noi ne abbiamo... Ma vorrei che alla pentola ci badasse qualche altro.
GIUSEPPE – Avevo da fare nel fienile e…
CAROLA – Carmine non si riferiva a voi…
GIUSEPPE – Se ci fosse ancora la mamma!... Allora avremmo trovata la minestra bella e scodellata in tavola... e invece ci sono solo io.
CARMINE – E non vorrai mica star sempre tu a far bollire i fagioli. Lo sai che a quest'ora ci dovrebbe essere qui Carola, se non fosse che non si riesce a mettere da parte quel benedetto gruzzolo per il matrimonio... e tutto in causa di quel damerino... Basterebbe che si decidesse a lavorare e mangiasse a spese sue.
GIUSEPPE – Certo, questo è vero, e voi ragazzi non avete tutti i torti, lo so anch'io... ma... ma insomma, lasciamo da parte certi discorsi e pensiamo a cavarci la fame.
CARMINE – (parlando, mentre apparecchia la tavola e aiuta Carola a prende i piatti e a scodellare la minestra) Già, dobbiamo pensare a cavarci la fame, noi! Lui invece dov’è?… Vuoi scommettere che è a pranzo da quella… assieme al suo amico professore? A me quella gente non piace… Prendi quel professore, quel galletto tutto impomatato che dice di essere un poeta… che scrive… già, quello che gli ha fatto girare la testa… quello che ha bisogno di venire in campagna d'estate per riposare... Provasse a fare un paio di giorni il mio lavoro... altro che scrivere… dalla mattina alla sera sotto il sole!... Loro invece se ne stanno all'ombra a parlare di chi sa che cosa e a fare i cascamorti con quella smorfiosa... Anche lei è venuta a riposare delle fatiche della città... So io come la farei riposare (borbottò a bassa voce guardando di traverso Carola che finse di non aver sentito)


SCENA TERZA
Presenti e Maestro


MAESTRO – (è arrivato sulla porta e sente le ultime parole di Carmine; grassoccio e pure mobilissimo, gesticola molto nel parlare) Quella signora, caro il mio Carmine, è niente meno che un'attrice di teatro e del cinema! Per non parlare del suo incarico nel partito
CARMINE – All’inferno voi e il partito… Non vi è bastato quello che avevamo prima? Buona sera, maestro!
GIUSEPPE – Buona sera!...Buona sera
MAESTRO – Non ho voglia di discutere con te di politica… E buon appetito!... Quella signora è un'attrice, una grande attrice... una grandissima attrice... Scusate se non ho chiesto il permesso di entrare... ma ho sentito che si parlava di lei, e allora… Lei è una di quelle donne che quando recitano fanno andare in visibilio tutte le platee... Mangiate, mangiate pure, io mi siedo in un cantuccio accanto al fuoco... Le platee impazziscono per quella donna... già, ma è inutile spiegarvelo! Voi cosa ne potreste sapere di platee… non ne avete mai viste... Insomma, padron Giuseppe, son venuto a dirvi... Oh, ma aspettate… prima devo darvi una grande notizia.
CARMINE – Il duce non possono più arrestarlo perché l’hanno già fatto fuori… quindi cos’altro avete da raccontarci!
MAESTRO – Tu stai zitto... ignorante!... Tu non conosci, non sai, non vedi...
GIUSEPPE – Ci vedo meglio di voi!
MAESTRO – Non vedi, non comprendi, non capisci. Tu non sarai mai in grado di capire che cosa ci sia nella testa di tuo fratello…potrebbe diventare il braccio destro del “Migliore”
CARMINE – Di chi? Ah si…del migliore…Cosa volete che abbia in testa quel ragazzo! Il vuoto assoluto
MAESTRO – Silenzio... nella testa di tuo fratello, di vostro figlio… del mio discepolo c'è... c'è qualcosa di grande, qualcosa di meraviglioso... di miracoloso, di inconcepibile. Padron Giuseppe, dov'è... dov'è che tenete il manoscritto? Fatemelo vedere…
GIUSEPPE – L'ha su in camera Sergio; se sa che lo tocco mi fa una scenata!
MAESTRO – Ed ha ragione! Quella sarà la sua fortuna… Ma non capite? Andate a prenderlo Padron Giuseppe... per favore, siate bravo… voglio vederlo ancora una volta (Giuseppe esce) E quella, mio caro scortese e ignorante ragazzo, sarà la tua e la nostra gloria. Ma non ci pensi ragazzo... hai qui, nella tua famiglia, un grande uomo.
CAROLA – Ma se è più piccolo di Carmine! (brontolò)
MAESTRO – Siete delle bestie tutti e due!... Un grande uomo ho detto, ma non di statura… grande per intelligenza, un uomo che domani avrà un monumento in tutte le città, in tutti i paesi a cui dedicheranno vie, corsi e piazze... Perbacco, mi viene un'idea! Qui, sulla porta, metteremo una lapide così: "IN QUESTA UMILE E PUR GRANDE CASA NACQUE ..."
GIUSEPPE – (entrando) Eccolo qui. (porge un manoscritto al maestro)
MAESTRO – (si lancia sul manoscritto e ride beato) Ecco... qui dentro c'è tutto! Tutto! Ma se voi non foste tanto bestie, vi farei vedere soltanto il titolo... che titolo ragazzi!... Che titolo… Toh, un bacio... (bacia il manoscritto) Un titolo che neppure Dante, che era Dante, non riuscì a trovare; ma guardate qua: "Un re senza trono...", c'è già tutto scritto nel titolo; basterà annunziare il titolo perché la gente accorra, e correranno da tutte parti e poi... ecco qui: Atto I, Atto II... e quando sarà finito il terzo, allora sì che saranno grandi cose... allora vedrete... Toh, ancora un bacio!
GIUSEPPE – Ma mi dite proprio davvero che questo re... è un gran lavoro?
CARMINE – Babbo… per favore lascia andare, ora non mi diventare matto anche tu
MAESTRO – Matto?... Già perché io sarei matto, vero? Sarei matto perché ne so più di queste due bestie. Sicuro, bestie. Che? Vorreste insegnare al vostro maestro, che vi ha insegnato a leggere?... E vorreste saperne più di me?...
CARMINE – Oh! insomma, io ne ho piene le tasche delle vostre parole!... Se siete stato il mio maestro e poi ci date delle bestie, vuoi dire...
MAESTRO – (ridendo) Che io sarei più bestia di voi! Ecco a fil di logica sì... ma invece no... perché io non sono una bestia, ecco... (arrabbiandosi) Perché se come dite voi io fossi una bestia... beh, allora vorrebbe dire... che insomma... (borbotta)
GIUSEPPE – Calmatevi, maestro, calmatevi
MAESTRO – Calmarmi un corno... ma sono io o non sono io il maestro?
CARMINE – Certo… ma delle bestie... (sussurra a bassa voce)
MAESTRO – Sicuro, delle bestie! Bestia come te, che hai un fratello che scrive lavori con certi titoli, perbacco... Un re...
CARMINE – Senza trono, lo sappiamo… lo sappiamo
MAESTRO – Ma sapete che cosa sia un re senza trono?... Un re senza trono, per vostra norma e regola è... un re... che... senza trono e basta... e finiamola... e piantiamola lì, e non se ne parli più.
CARMINE – (alzandosi) E io me ne vado! Vieni Carola, andiamocene… per questa sera abbiamo sentito idiozie più che a sufficienza
GIUSEPPE – Ma ragazzi aspettate... finite di mangiare
CARMINE – Ci è passata la voglia… forse a voi farà anche piacere fare la parte dei cretini, ma noi, grazie a Dio, abbiamo un cervello nostro da far funzionare... Babbo non chiudere la porta… ci penso io quando rientro… Buona sera maestro! (escono)


SCENA QUARTA
Giuseppe e Maestro


MAESTRO – Eccoli lì questi smidollati ignoranti, bella educazione davvero!... Rivolgersi a quel modo al loro maestro. All’uomo che ha scoperto che in questa casa vive un grande, un grandissimo uomo... E lui cosa fa invece di fermarsi a parlare di cose serie? Esce con la ragazza... Altro che ragazza si meriterebbe... Non so che cosa mi abbia tenuto dal cantargliene quattro a quella sciacquetta... Avete visto come rideva? Non potrà mai capire l’arte… mai... Dunque, dicevamo... Ecco, dicevo che vi portavo una bella notizia, padron Giuseppe.
GIUSEPPE – Fosse veramente una bella notizia! Credetemi maestro, io soffro a vedere quei miei figlioli... Uno che si ammazza di lavoro, e l'altro che si ammazza per delle cose che non capisco... non le capisco
MAESTRO – Cosa volete capire voi… Con tutto il rispetto che vi debbo, padron Giuseppe, voi avete la quinta elementare, e volente o nolente resterete sempre un buzzurro… senza offesa s’intende… ma la realtà è che non siete all’altezza…
GIUSEPPE – Io però sento e vedo che per il mio Sergio questa è la vita, e per questo amo anch'io questa cosa… non la capisco, ma l’amo… quel figliolo lì è sempre stato cagionevole di salute, e ce l’ho nel cuore… gli voglio bene, povero ragazzo. Sua madre, prima di rendere l’anima a Dio, me lo raccomandò… “Non abbandonarlo”, mi disse, “Aiutalo”
MAESTRO – Sentite, padron Giuseppe, nel pomeriggio ho incontrato quel signore, quel professore... insomma quello abita nella villa della signora, e ci ho voluto parlare, ho voluto sentire… e sapete che cosa mi ha detto?
GIUSEPPE – Cosa?
MAESTRO – Mi ha detto che vostro figlio è un genio e quei pochi giorni che è stato a Roma ha convinto tutti… ci sa fare lui a parlare… si farà un nome… Ma che avrebbe soltanto bisogno di vivere in una grande città (pausa).
GIUSEPPE – Il mio piccolo Sergio in una grande città… Solo! Oh buon Dio, ma cosa dite?
MAESTRO – Padron Giuseppe, dico esattamente quello che mi è stato riferito… dovreste mandarlo a Roma.
GIUSEPPE – (con un balzo) Eh!... Cosa dite?... mandarlo via?...
MAESTRO – E chi ha parlato di mandarlo via, no, ma per carità… Dovrete lasciarlo andare a cercare il suo posto nel mondo.
GIUSEPPE – Ma voi siete matto, maestro Pica!... Lasciarlo andar via... così debole com'è! E chi si prenderebbe cura di lui, chi gli starebbe vicino tra gente sconosciuta, Chi lo difenderebbe da tutti i pericoli... con tutti i dolori che potrebbero vincerlo?... Ma io sono suo padre, sapete?... Sarò uno zotico, un villano, sarò tutto quello che volete, ma è il mio ragazzo... (pausa) E cosa farei io, povero vecchio, lontano da lui… con l'anima sempre tremante, senza vederlo, potergli essere vicino quando qualche contrarietà lo farà soffrire, quando qualcuno vorrà fargli del male... Avete visto che fine hanno fatto i politici di qualche anno fa... non è stato bello (commosso) Lo sapete voi che cosa vuoi dire essere solo?... Io lo so che ci proveranno... Eppure, vedete, sarei contento di soffrire ancora per tutti i giorni che mi restano da vivere, purché lui non debba provare alcun dolore e poterlo vedere ancora sorridente e lieto come quando era bambino, come quando era sano.


SCENA QUINTA
Presenti più Sergio e Malatesta


SERGIO – (da fuori si ode la voce di lui) Vieni, vieni!
GIUSEPPE – (con uno scatto) Misericordia, è lui!
MAESTRO – (va alla porta e guarda) E lui, è lui, sta venendo con il professore...
GIUSEPPE – Per carità, che non veda il suo quaderno... (strappa il manoscritto dalle mani del maestro) Per carità, maestro, aiutatemi a sparecchiate la tavola... (nasconde il manoscritto)
MAESTRO – (togliendo i piatti) A questo mondo bisogna proprio fare di tutto...
SERGIO – (da fuori) Vieni, vieni, Malatesta. Ci sarà mio padre...
MALATESTA – (da fuori) Non voglio disturbare… è già molto tardi
(Sergio e Malatesta entrano, e Malatesta osserva la cucina)
SERGIO – Buonasera Babbo, ho con me un amico… il professor Malatesta.
MALATESTA – Buona sera, buona sera. (vede il maestro rincantucciato) Anche voi, caro maestro? Bene, bene!
GIUSEPPE – (non avvezzo a complimenti) Buona sera, signore; s'accomodi.
MAESTRO – (piano a Giuseppe) Padron Giuseppe, bisognerebbe dargli qualche cosa!
GIUSEPPE – Sicuro!... Ora, signore, giacché siete venuto nella nostra casa, vi prenderò una bottiglia di quello buono... roba che, non faccio per dire, non l'avete mai bevuta, voi che siete un signore!
SERGIO – Babbo!
GIUSEPPE – Oh, sta a vedere che a lui non deve piacere il vino quando è buono'... Sicuro!... lo vado a prendere subito... mi rincresce che non ci sia anche l'altro mio figliolo... lui si che saprebbe far vedere come si beve!
SERGIO – Babbo… per favore!
MALATESTA – Grazie, grazie... Non bevo, sapete... o meglio, non bevo vino... Non è nelle mie abitudini.
MAESTRO – Sicuro... Gli scrittori non bevono vino... Il vino è una bevanda popolare... fatta per i nostri stomachi, o meglio i ventricoli dei campagnoli.
GIUSEPPE – Che volete? Io credevo... Sa... noialtri di campagna siamo... siamo un po' grossolani; non sappiamo parlare come lor signori... (contento) Ma io ce l’ho un figliolo che sa parlare e scrivere... che sa stare con... con...
MAESTRO – …con l'aristocrazia, sicuro... Eh! Professore! Avrebbe mai immaginato di trovare tra queste campagne toscane un giovane così? Non per vantarmi, ma io sono stato il suo primo... si posso dire di essere stato il suo primo precettore... Quello che lo ha avviato per i sentieri dell'arte e della poesia... perché anch’io sono stato un cultore delle muse e di... (vede il professore che sorride e allora cambia tono) Già, sono un povero maestro, io...
SERGIO – Ma no, non un povero maestro; un bravo maestro, dovete dire, un maestro esemplare.
MALATESTA – II maestro è il primo coefficiente della nuova società alla quale vogliamo dar vita! Il discepolo illustre è la più grande gloria per il maestro.
MAESTRO – (con slancio) Grazie! Grazie! Questo è il più bel giorno della mia vita, e queste vostre parole me le farò incidere nel cuore e le porterò con me nella tomba. (Sergio e Malatesta sorridono; d'un tratto il maestro fa un salto)
GIUSEPPE – Che c'è, maestro?
MAESTRO – Mi vorrà scusare, professore... Padron Giuseppe, ero venuto a dirvi che il sindaco vi manda a chiamare; ed io me ne ero dimenticato... Mi rincresce, signor professore di dover lasciare la vostra illustre compagnia...ma...
MALATESTA – S'immagini, non devo scusare nulla.
GIUSEPPE – Allora, Sergio, ti lascio col signor professore; tornerò presto.
MALATESTA – Accomodatevi pure; del resto ora me ne vado anch'io… si è fatto è tardi e mi attendono per la cena
GIUSEPPE – Allora buona cena, professore
MAESTRO – Illustrissimo professore, quanto bene mi hanno fatto le vostre parole! Mi hanno riconciliato con me stesso... Spero di poter godere un'altra volta più a lungo della vostra compagnia. Buona notte, Sergio.
SERGIO – Buona sera maestro. Torna presto, babbo! (Maestro e Giuseppe escono con diversi inchini)


SCENA SESTA
Sergio e Malatesta


MALATESTA – E' un bei tipo il tuo maestro!... Entusiasta! Eh!... L'entusiasmo è il coefficiente di molte opere grandi, sicuro. Ed è in te che vorrei vedere molto entusiasmo, molto coraggio... e invece... invece tutt'altro.
SERGIO – Ma se mi manca questo coraggio, se mi manca la fede in me stesso...
MALATESTA – E allora, caro mio, era perfettamente inutile che tu mi venissi a cercare, che tu volessi conoscere il successo, se poi, al momento buono, non sai seguire i miei consigli e non puoi passar su un certo sentimentalismo degno di un giovane mediocre, ma non degno certamente di chi aspira, come tu aspiri, alla vita più vasta, alla gloria.
SERGIO – Tu lo chiami sentimentalismo!
MALATESTA – E tu come lo chiami?... Dovere?...
SERGIO – Istinto, lo chiamo io, poesia dell'anima... amore!
MALATESTA – (ridendo) Poesia, amore; ah, ah, ah!... Noi poeti dovremmo uccidere questa vecchia e insulsa e morbosa poesia imbevuta di romanticismo, residuo di una educazione fascista che ci tormenta.
SERGIO – E con che cosa dovremmo sostituirla?
MALATESTA – Con la vita intensa, emotiva, piena di lotte, senza falsi pudori e senza freni... E poi tu lo sai benissimo che non sono più i tempi del provincialismo! Le vie della rinascita e della gloria non vanno più ricercate nella solitudine, ma nel tumulto, nella intensità del movimento, nella lotta!
SERGIO – Temo di non averne la forza!... Forse tu non puoi comprendere che cosa voglia dire allontanarsi da tutto ciò che nel mondo vi è di più caro.
MALATESTA – (ironico) La casa paterna!
SERGIO – Già, la casa paterna, con tutte le sue memorie, con tutto il calore della sua tenerezza che ci circonda.
MALATESTA – Con quattro mura cadenti, ed un fratello ignorante e brontolone!...
SERGIO – No, amico mio, questo non dovresti dirlo, non dovresti ferire così profondamente l'animo mio, il mio cuore! Queste quattro mura cadenti hanno ancora il profumo di mia madre capisci? Queste quattro mura hanno visto i miei palpiti, i miei primi desideri; hanno celato in sé i miei primi sogni di gloria.
MALATESTA – Come stai diventando supremamente imbecille, caro mio!... Ho avuto torto a credere che da tè si potesse trarre qualche cosa, e con me ha avuto torto anche Cecilia! Ah, ah, ah! Due ore fa non parlavi così nella sua villa.
SERGIO – Cecilia... lo so... forse basterebbe un suo gesto per risollevarmi.
MALATESTA – E se lo facesse?...
SERGIO – Non lo farà, non potrà farlo... Ma come vuoi che essa dia allo studio della sua compagnia il lavoro di un ignoto, per mettersi in pericolo di cadere?
MALATESTA – E se accettasse?... Se essa facesse questo per te?
SERGIO – Non lo credo!
MALATESTA – Ebbene, lei lo farà!
SERGIO – Non lo credo!
MALATESTA – Sei un imbecille!... Anche l'audacia ti manca; non hai proprio nulla per far valere il tuo ingegno... Il mondo è di chi se lo conquista e per conquistarlo ci vuoi coraggio. Del resto sai... fai pure... resta pure nei tuoi campi, fra le tue mura cadenti. Il prossimo anno, quando Cecilia tornerà qui, verrà a salutarti chino sulla terra, con la zappa in mano e la faccia sporca. Ah, ah, ah!
SERGIO – E allora?
MALATESTA – Allora?... ma vattene... parti! Fa quello che vuoi... ma vattene di qui... Cecilia ti aspetta: seguila!
SERGIO – E mio padre?
MALATESTA – Ma credi che tuo padre ci trovi gusto a leggere le tue commedie?
SERGIO – (tace, poi prende la sua decisione) E sta bene... Partirò... mi si schianterà il cuore... ma partirò… Però non voglio sentir parlare di politica
MALATESTA – Ah no? E allora è meglio che te ne resti dove sei… Hai dimenticato chi è Cecilia… Lei è una pedina molto importante del partito… ed è per questo che non dovrai temere per la tua opera… I compagni sapranno indirizzarla verso la strada giusta
SERGIO – Non mi piace… Mi sento già morire al solo pensiero di partire
MALATESTA – Oh! finalmente è venuta la grande parola!... Così devi essere; non sentirti morire... ma vivere... Senti, porto subito la tua decisione a Cecilia.
SERGIO – Quando ti rivedrò?
MALATESTA – A Roma; lo sai che domattina devo partire per tempo... Dunque arrivederci e coraggio.
SERGIO – Coraggio... è difficile aver coraggio, sai!... (lo accompagna alla porta, si danno la mano. Malatesta esce) Arrivederci!


SCENA SETTIMA
Sergio, poi Giuseppe


SERGIO – (resta assorto, guardando fuori nella notte fattasi buia; guarda il ritratto della madre; siede, si prende la testa fra le mani) Mi hanno stregato... Mamma, aiutami tu
GIUSEPPE – (entrando guarda il figlio, gli si avvicina piano) Sergio!
SERGIO – (alza la testa) Babbo!
GIUSEPPE – (con, dolcezza) Questa sera non hai mangiato, vero?
SERGIO – Ho mangiato, babbo!
GIUSEPPE – Dove? A casa non ti sei fatto vedere!... Hai mangiato da quel tuo amico?...
SERGIO – No...
GIUSEPPE – E allora?... (Sergio tace) sei stato da quella... quella signora, vero?
SERGIO – (non osa guardare il padre)
GIUSEPPE – (accarezzando il figlio) Povero Sergio!... la conosci tu?... Sai chi sia?... credi forse che valga più lei che la tua casa, che il tuo vecchio padre?
SERGIO – La conosco!
GIUSEPPE – Chi è?
SERGIO – Un'artista!
GIUSEPPE – Va bene, va bene; ma sai tu chi sia, oltre la sua professione?
SERGIO – E' una persona influente nell’ambito del PCI e una grande artista di teatro che si interessa di me, che vorrebbe vedermi uscire fuori dall'oscurità in cui mi dibatto... Ma già, tu certe cose non puoi capirle; tu non puoi saper nulla di ciò che esiste fuori di qui.
GIUSEPPE – Hai ragione, io non posso capire... Ma credi per questo che io ti voglia meno bene? Credi di non essermi caro lo stesso, anzi di più?... Io non ho studiato, sono sempre rimasto chiuso in questo paese con tua madre, ma io ti sono padre, ti ho visto nascere, ho seguito i tuoi primi passi, le tue prime parole balbettate; io mi tormentavo l'anima quando tu eri lontano con lo zio, quando studiavi, e non sai con che desiderio ti ho visto ritornare a me, ti ho visto riprendere il tuo posto in questa casa...
SERGIO – Dove sono tollerato!
GIUSEPPE – No, Sergio, dove sei amato!
SERGIO – Dove sono tollerato! Credi che non sappia che Carmine mi guarda come un nemico, o almeno come un intruso; lo sento che tu mi tieni per forza del tuo istinto di padre, ma pensi anche tu che io sono un essere inutile...
GIUSEPPE – (con dolore) Non ti comprendo, Sergio!
SERGIO – ...che io sono un essere inutile perché non ho il fisico di mio fratello, perché non lavoro la terra, perché scarabocchio, come dice lui, tanta carta senza combinare nulla di buono, senza interessarmi se il grano cresce rigoglioso o se la campagna produce frumento e uva… La mia anima non è più qui è lontana, protesa verso nuovi orizzonti, verso una via che abbia più ampio respiro... Io sono un essere inutile... lo so... Dal vostro punto di vista non posso essere altro... Non sono che l'intruso io...
GIUSEPPE – Non ti posso comprendere, Sergio! Tu sei lontano da me, e per quanto io cerchi di avvicinarmi tu mi sfuggi. Una sola cosa so... che sono tuo padre, che ti amo... Senti ragazzo... a proposito di quella donna… credi che ti ami davvero?... Credi che lei possa occupare nel tuo cuore il posto di tua madre? Credi questo?
SERGIO – Non lo so.
GIUSEPPE – Non pensi che essa ti possa guardare come un giocattolo che si getta via quando ne siamo stanchi?
SERGIO – No, babbo! Non è così! Non sai che soltanto da lei può dipende la fortuna di quello che sarà la mia vita, di quel lavoro a cui ho dato tutte le mie forze? Tu non sai che cosa voglia dire essere acclamato, applaudito da una folla immensa...
GIUSEPPE – Sapessi quante volte ho preso tra le mani quel fascio di carte scritto da te, ed ho aguzzato occhi e cervello per capire, per sentire anch'io quello che tu sentivi, ma non ci sono riuscito. Non ho potuto sentire come tu l'hai sentita la tua creatura, quella che ti dovrebbe rendere felice. Ne sono restato umiliato, sai? Come se tu fossi qualche cosa di superiore per me, come se tu vivessi in un mondo diverso e inaccessibile… Perché?
SERGIO – Perché?... Anch'io mi domando perché mi hai fatto così, perché io, che sono tuo figlio e fratello di Carmine, sono estraneo e così lontano da voi... Ma perché mi hai dato un'anima diversa dalla tua, dalla vostra, se poi pretendete che io viva con voi?... Perché non mi lasciate andare verso la luce che io scorgo?... Perché... (suona lenta la campana del " De profundis "... Giuseppe si toglie il cappello e si inginocchia. Sergio resta in piedi, silenzioso)
GIUSEPPE – Perché non hai pregato?... Neppure più una preghiera per tua madre, ora?
SERGIO – Non posso più, babbo!
GIUSEPPE – Ti hanno stregato quei tuoi amici, vero?... Che cosa ti hanno messo nel sangue?
SERGIO – Babbo, lasciami partire!... Lasciami partire se non vuoi vedermi consumare come una lampada cui manchi l'olio... Lo so... Tu forse hai ragione, ma non posso, non posso più fermarmi...
GIUSEPPE – E sia... Ti porterai via la mia anima, ma non voglio trattenerti...


SCENA OTTAVA
Presenti e Carmine


CARMINE – (dalla porta ha ascoltato le ultime parole del padre) Dunque il signorino parte... bene... forse meglio è meglio così... Noi due non si poteva vivere sotto lo stesso tetto... Benissimo... buona fortuna... Spero che tu possa trovare qualcuno che ti mantenga meglio di noi
GIUSEPPE – Carmine! (con tono di rimprovero)
CARMINE – Sicuro, le patate sono un cibo troppo grossolano per il signorino!
SERGIO – Ebbene sta tranquillo, me ne vado, perché, vedi, da tè non voglio più nulla.
CARMINE – Però finora ti è andato bene.
GIUSEPPE– Carmine! Non voglio che tu parli così a tuo fratello
CARMINE – Ah!... Già, tu non vuoi e io invece ho bisogno di sfogarmi, di dirgli tutto quello che sento. Ho bisogno di dirgli che finora l'ho mantenuto, l'ho sfamato, ho dato tutto il mio sudore perché lui potesse avere le mani bianche e le camicie stirate... Io non mi sono sposato per lui, ho lasciato che una ragazza mi aspettasse piangendo, perché lui potesse fare il signorino, perché poi lui, alla fine, ci dicesse; Crepateci voi sulla terra, io me ne vado!
GIUSEPPE – Basta, Carmine!
CARMINE – ... attaccato alle gonne di quella signora... Perché lui se ne va dietro, quella roba là... Vai, vai pure, vedrai poi se ti saprà mantenere.
SERGIO – Basta, sai, Carmine!... Basta, perché poi è troppo!
CARMINE – Va là, va là... non gridare adesso... Sai bene che potrei prenderti e tenerti qui... ma non ti voglio più.
SERGIO – Da questa casa non avete il diritto di cacciarmi ne l'uno ne l'altro.
CARMINE – E allora cosa pretendi?… Che me ne vada io?
SERGIO – No, resta pure. Tu sei quello che lavora, io invece sono il mantenuto... Tocca a me uscire.
CARMINE – E allora vattene... (veemente) Perché stai qui a succhiarci il sangue per poi non guardarci più in faccia?... Vattene... (Giuseppe, accasciato, singhiozza. Sergio si alza lento per uscire. Carmine vede il padre che piange, si scuote, afferra il fratello per le spalle) Fermati! Non hai neppure più un briciolo di cuore? Vuoi che egli muoia?... (lo sbatte su una sedia, lo fissa con odio, poi improvvisamente) Buona notte! È meglio che me ne vada a prendere un po’ d’aria fresca!... (esce in fretta)
SERGIO – (fa per alzarsi; un violento colpo di tosse lo costringe nuovamente a sedere)
GIUSEPPE – (accarezzando il figlio) Sergio! Bambino mio!... Non preoccuparti partirai!... Non voglio che tu soffra per causa nostra... Troveremo il denaro per mantenerti a Roma… Venderò un campo e tu partirai... (pausa) ma ricorda che questa è anche la tua casa, la nostra casa… ed io ti aspetterò... tienilo a mente... qui non sarai mai un estraneo.



Cala il sipario sul PRIMO ATTO

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Ultima modifica di zero il sab giu 05, 2010 4:0am, modificato 2 volte in totale.

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 Oggetto del messaggio: Re: Prima che sia sera
MessaggioInviato: ven giu 04, 2010 9:0pm 
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Illustre Autore
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Iscritto il: ven apr 10, 2009 2:0pm
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Quando trovo testi così lunghi sul video io non riesco a leggere.
Stampo, leggo con calma e poi ti dirò
Francesco

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 Oggetto del messaggio: Re: Prima che sia sera - Atto 1°
MessaggioInviato: sab giu 05, 2010 5:0am 
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Signor Autore
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Iscritto il: lun feb 04, 2008 3:0pm
Messaggi: 136
Località: Terrazza del Picio...seconda panchina a sinistra
Ciao, anch'io ho problemi a leggere testi lunghi sul video...e seguo il tuo stesso sistema.
D'altra parte non mi pare ci sia altra soluzione, o si fa così o si passa a leggere favole e barzellette.

Grazie per essere passato in questo spazio.

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